Tracce

Il disegno è una traccia di sé, per sempre.


È la prima frase che ho scritto nel mio sito, anni fa. L’ho sempre pensata davvero.

Quando disegniamo lasciamo qualcosa di noi sul foglio. Il movimento della mano, la pressione della matita, il tempo che abbiamo dedicato a guardare, i pensieri che navigano nella mente. E forse anche un po’ della nostra anima.

Ogni segno che lasciamo è una nostra traccia e lì, su quel foglio, in qualche modo continuiamo a vivere.

È qualcosa che somiglia alla calligrafia: puoi rileggere un biglietto anche dopo molti anni e, prima ancora delle parole, riconoscere e quasi “sentire” una persona dal modo in cui le ha scritte.

Forse è anche per questo che, per me, un disegno iperrealista non è mai stato come una fotografia, anche quando le somiglia moltissimo.

Ho sempre disegnato per catapultarmi in una specie di mondo parallelo, dove la concezione del tempo cambia, i pensieri cercano un ordine e la musica accompagna tutto.

Esistiamo solo io e il disegno. Una sorta di terapia. A volte disegnare aiuta.

A volte, invece, non si riesce nemmeno a cominciare.


Non so spiegare quando abbia deciso di disegnare Achille. Forse, dentro di me, subito. Ma fisicamente non ero ancora in grado di farlo. Sapevo e sentivo soltanto che dovevo farlo. E il pensiero mi accompagnava sempre.

È stato un tempo sospeso e, in qualche modo, lo è ancora.


Achille è stato, ed è, un mio studente.

L’ho conosciuto al suo primo anno di liceo e l’ho accompagnato fino all’ultimo giorno prima della sosta natalizia. Due anni e qualche mese possono sembrare pochi. Eppure sono abbastanza perché un ragazzo trovi un posto preciso nei tuoi pensieri, nei tuoi ricordi, persino nei piccoli automatismi delle giornate.

Abbastanza per vederlo crescere, cambiare, maturare. Per affezionarsi.

Achille, poi, non era uno che passava inosservato. Aveva il suo modo di esserci, di parlare, di disegnare, di arrivare rapidamente alle cose. A volte anche troppo rapidamente.

Istintivo, curioso, testardo.

Aveva sempre qualcosa da dire e, spesso, una maniera tutta sua di dirlo.

Negli ultimi tempi gli ripetevo di stare più attento, di prendere più appunti, di rallentare.

Ricordo ancora l’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale: mi aveva consegnato, insieme agli altri, un lavoro. Avevo scherzato promettendo alla classe che, per non rovinare loro il Natale, avrei pubblicato i voti il 26 dicembre. Credo di aver dato persino un orario preciso. Ma non l’ho fatto.

So che Achille se ne era "lamentato", perché alla fine faceva il finto indifferente, ma ci teneva.

Non potevo sapere che quel saluto sarebbe stato l’ultimo.

Il suo ultimo disegno per me è stato una Vespa. Stavamo lavorando sul design e aveva scelto proprio uno degli oggetti che amo di più.

Oggi anche la Vespa ha per me un valore ancora maggiore.

Continuo a cercare e trovare Achille in cose così.

In un oggetto, in una frase, in una battuta, in un gesto. Lo cerco ancora.

Cerco ancora, nei ricordi, quel suo modo di sorridere sotto i baffi.

Il suo modo di fare domande: avevo imparato che la prima era quasi sempre un pretesto.

Mi faceva una domanda, poi accennava un passo per tornare al posto. A quel punto si fermava, si girava e diceva: «Ah, un’altra cosa…». Ed era quella, quasi sempre, la cosa che voleva davvero chiedermi.


Forse è anche questo che fa l’assenza: ci lascia continuamente con un’altra cosa da dire.


A scuola la sua presenza continua ad affiorare in piccoli luoghi.

Prima di entrare in classe si attraversa un disimpegno che unisce il cortile ad alcuni locali della scuola e alle aule di architettura. Lì i suoi amici e compagni gli hanno dedicato un muro: “Con noi, sempre”. Un muro pieno delle loro fotografie e delle loro firme.

Per mesi, ogni giorno, passando davanti a quelle fotografie, ho incrociato il suo sguardo. E ti ho parlato.

Poi, a un altro piano, c’è un grande cartellone, una specie di bacheca, con un albero e un sole al centro, sul quale gli abbiamo lasciato dei messaggi anonimi, scritti sui post-it. Tra questi, di ogni genere, ce n'è uno scritto da un* su* compagn* che ricorda un momento, che ci ha visti coinvolti entrambi, ognuno nel suo ruolo. Mi fa sorridere e tiene quel ricordo cristallizzato.

Alla fine dell’anno, proprio quando la scuola era ormai chiusa, questo cartellone si è caduto, come se anche lui, arrivato alla fine dell’anno scolastico, si fosse lasciato andare, sentendo tutta la stanchezza accumulata. L'ho raccolto e ne terrò cura.

Sopra ai cassetti in cui conservo i lavori degli studenti ci sono alcune installazioni. E c’è anche il tuo modellino di Diomira, quello che avevi realizzato alla fine della seconda per il progetto “Città invisibili” e che ti era valso il massimo dei voti. Dentro quelle strutture che compongono la tua città ci sono ancora i biglietti che conservano la tua calligrafia.

In aula c’è anche una pianta che i tuoi genitori hanno portato alla classe. Non richiede troppe attenzioni, troppe cure.

Ma è lì.

Come è lì il banco vuoto.

E io faccio e farò sempre finta che tu quel giorno sia a casa per qualche motivo. Che quel banco sia vuoto soltanto per un’assenza momentanea.

Accanto alla pianta c’è una sua fotografia. Achille sta per mangiare un churros (credo), anche con gli occhi.

È un’immagine normale, bella, spensierata.

Ed è forse proprio questo che la rende così difficile da guardare e così preziosa.


Quando ho iniziato il suo ritratto non sapevo bene come sarebbe venuto.

Poi il disegno ha cominciato a prendere una strada sua.

Dentro c’è, in qualche modo, anche una canzone che appartiene alla storia di Achille e della sua famiglia e che, inevitabilmente, ha accompagnato anche il mio modo di immaginarlo. La canzone è una traccia come lo è il rimando alla copertina di Achille Lauro. Sullo sfondo si creano questi segni, che sono le tracce di quello che lui ha lasciato, che si intrecciano con altri segni, che siamo noi; ricordano anche un po' dei graffi, le ferite che questa tragedia ci ha lasciato addosso. Nell'insieme, però, creano un effetto etereo, a tratti indefinito.


Disegnare obbliga a non limitarsi a guardare: bisogna osservare.

Non si guarda un volto per pochi secondi, come spesso accade con una fotografia. Lo si percorre lentamente: gli occhi, la forma della bocca, una ciocca di capelli, una luce sulla pelle.

Si torna continuamente sugli stessi punti.

Si rimane lì; ci si parla.

E mentre disegnavo Achille avevo la sensazione, per qualche ora, di poter stare ancora un po’ con lui.

Di ricordarlo meglio, di fermare qualcosa.

Ci sono momenti in cui un disegno non va avanti. Si blocca. Poi, all’improvviso, prende una strada che non avevi previsto.

E più andavo avanti, più Achille mi sembrava diverso dall’immagine da cui ero partito.

È lui, certamente.

Eppure mi sembra anche un Achille un po’ più grande.


Io, che dell’iperrealismo ho fatto quasi una malattia e che inseguo ogni volta la somiglianza fino a rendere difficile trovare differenze con l’originale, questa volta no.


All’inizio ho pensato che fosse un errore, poi ho capito che non volevo correggerlo.

Mi piace pensare che, almeno qui, il tempo non si sia fermato. Che nel mio disegno Achille abbia potuto crescere un po’.

C’è qualcosa di quasi irreale nel modo in cui è comparso sul foglio. Leggero, sospeso, evanescente.

Non era ciò che avevo progettato. È semplicemente ciò che, alla fine, ho visto.

A un certo punto, verso la fine, sono arrivate le lacrime. E con loro i brividi.

Non mi era mai successo, in tutta la mia vita, mentre disegnavo.

E credo che sia stato proprio allora che quella frase, scritta tanti anni fa, ha assunto per me un significato ancora più profondo:

Il disegno è una traccia di sé, per sempre.


Da qualche tempo, sul telefono, ho come immagine del profilo un piccolo disegno di Achille: un fumetto, uno schizzo di me.

Una sua compagna me lo ha consegnato raccontandomi che era nato in uno di quei momenti vuoti della giornata scolastica in cui i ragazzi parlano, scarabocchiano, fanno altro.

È un disegno piccolissimo. Eppure oggi è una delle cose più preziose che ho.

Lì c’è la sua mano. C’è il suo sguardo su di me.

C’è un istante assolutamente normale di una giornata normale, quando nessuno avrebbe potuto immaginare che, un giorno, quel piccolo schizzo sarebbe diventato una traccia.

Ed è forse questa la cosa che oggi capisco più di prima: quando disegniamo non sappiamo cosa resterà di quel gesto. Non sappiamo quale valore potrà assumere, un giorno, quella linea che in quel momento ci sembra insignificante.


Non so se un disegno possa davvero trattenere qualcuno. Probabilmente no.

Non cambia ciò che è accaduto.

Non colma l’assenza.

Non rende più comprensibile ciò che continua a sembrarmi irreale.

So soltanto che, mentre lo disegnavo, Achille era lì.


E forse, per adesso, è tutto quello che riesco a chiedere a un foglio: custodire una traccia.

La sua.

E, inevitabilmente, anche la mia.



Ciao Achille.